giovedì 5 luglio 2012

ANDATA E RITORNO

Hanno inventato gli auricolari.
Si, dico a te, che stai ammorbando l'aria stantìa di questo autobus con la musica di merda proveniente dal tuo cellulare che, per la cronaca, non è un jukebox.
Tecnicamente non dovrebbe interessarmi, il bello di laurearsi è ricevere un lettore mp3 da 16 GB che con un calcio in culo mandi in pensione il suo imbarazzante predecessore da 256 MB. Il fatto è che per coprire quell'aborto acustico che stai generando dovrei perforarmi i timpani, perciò mi tocca ascoltare i Radiohead con un'improbabile sottofondo house-commerciale, che Thom Yorke non si rivolta nella tomba solo perchè è ancora vivo e vegeto. Ma ti assicuro che sentire 2+2=5 versione disco-remix non è piacevole. Per niente.
Il tutto mi ricorda i viaggi in autobus con i miei genitori durante le gite organizzate, destinazione Calabria, in cui Metallica e Iron Maiden facevano l'amore con Ave Marie, barzellette e tipitipitero in un'orgia di suoni antitetici che mi rombavano in testa.
Dopo un'ora di viaggio arrivo a destinazione, mi siedo in un bar a scrivere e pranzo con un gelato. La solitudine amplifica la percezione dei dettagli: i piccioni litigano, o si baciano, o si amano ma stanno stabilendo chi dovrà dominare chi in quella relazione; un tizio ha appena preso una granita con brioche, perché non ho preso anche io la granita con brioche? Sono l'unica donna, qui. L'unica oltre la cameriera, che in una vita precedente deve essere stata un uomo, se non anche in questa. Il donnone si guadagna tutta la mia stima quando uno dei tamarri al tavolo le domanda qualcosa (non sento cosa) e lei gli risponde Ti pari ca sì un baruni?*. Una Catherine Deneuve mancata. Apprendo che il donnone si chiama Ketty, una di quelle ironie logico-linguistiche come chiamare Briciola il tuo pastore maremmano.
Sbrigate le mie faccende, prendo l'autobus del ritorno. Quando ero piccola odiavo viaggiare in autobus o macchina che fosse, o perlomeno lo odiavano i miei succhi gastrici, ricordo tutt'ora l'odore dei sacchetti cuki gelopiù tanto ci ho tenuto la testa ficcata dentro durante le gite fuori porta della mia infanzia. Adesso amo il viaggio, ascoltare la musica, guardare fuori dal finestrino e lasciare vagare la mente senza sentirmi una scansafatiche che ammazza il tempo fantasticando mentre fissa il vuoto.
Arrivo a casa esausta. Ho percorso poche centinaia di chilometri ma la mia mente è andata molto, molto più lontano.


*Ti sembra di essere un uomo altolocato?

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